Una delle clausole del contratto che ti impegna come studente di scienze biologiche è quella di partecipare ad un certo numero di esercitazioni di laboratorio, in una stanza piena di provette, microscopi, odiosissime pipette Pasteur e tanto altro ancora. Ovviamente non mi aspetto che qualcuno di voi creda davvero che nei laboratori delle nostre università vi sia tutto il materiale elencato, tuttavia, ogni tanto, anche a noi capitano momenti di gloria, del tipo: uau, sto usando un microscopio vero e non uno che ti regalano con il “Topolino”!
Detto questo, veniamo al reale contenuto di questo post, ossia il racconto di un’avventura tipicamente horror, capitatami circa dieci giorni fa nel laboratorio 2 di via Mezzocannone numero 16, Napoli, Italia, Europa, Terra.
Uno dei corsi che seguo in questo primo semestre del secondo anno è microbiologia, una disciplina che studia i microrganismi (ma no?!), essenzialmente batteri. Il mio sadico professore ci comunica che le esercitazioni di laboratorio si terranno il giorno venerdì, 11 novembre, dall’una e mezzo alle tre e mezzo del pomeriggio. Bene. E’ venerdì 11/11/11 (ripensandoci, probabilmente era proprio il tipo di data sfortunato), è l’una e mezzo, noi corsisti siamo sull’attenti di fronte l’ingresso del laboratorio, ma il professore non è ancora venuto. L’una e trentacinque. L’una e quaranta. L’una e quarantacinque. Finalmente il prof si degna di venire. Appello. Ingresso in laboratorio. Camice, quaderno, penna. Due dottoresse, simpatiche quanto Ursula della “Sirenetta”, annunciano a noi 43 cristiani che i tavoli da lavoro sono pochi e che ci dobbiamo sistemare in sei di noi per tavolo. Ripeto questo passaggio, altamente importante per capire quanto seguirà dopo: sei cristiani dovevano lavorare intorno ad un unico, singolo, schifosissimo tavolo. Ovviamente, per una di quelle coincidenze che capitano forse una volta su trentasette miliardi nella storia di un uomo normale, io e il mio gruppo siamo assegnati al tavolo più sprovvisto di strumenti che un laboratorio abbia mai potuto avere. Man mano che procediamo nell’applicazione del protocollo sperimentale, ci accorgiamo che mancano: la pipetta principale, le punte di tutte le pipette, il cloruro di calcio, ma soprattutto le due capsule Petri contenenti, ciascuna, una colonia diversa di batteri Escherichia coli. Questa moria di strumenti ci rallenta alquanto il lavoro e ci impedisce di seguire di volta in volta le istruzioni della dottoressaursula. Ora, è necessario precisare cosa intendo con quel “ci rallenta”. Il “ci”, come qualcuno può ingenuamente pensare, non si riferisce a tutti i sei cristiani che stazionavano intorno al tavolo, ma a sole due cristiane, cioè a me e alla mia amica A. Le altre quattro cristiane, che, per una fortuna spropositata, avevano anche trovato posto a sedere, mentre io ed A. eravamo allegramente in piedi, erano molto intente a fare uno studio approfondito dell’aria e delle mosche svolazzanti.
Io ed A. passiamo qualcosa come tre quarti d’ora a cercare la pipetta mancante, programmarla per prelevare un volume giusto di soluzione, mettere la soluzione con la colonia batterica nella provetta, portarla alla centrifuga, farcela stare tipo dieci minuti, tornare al tavolo, espellere il sopranatante stando attente a non buttare via il puntino sul fondo, rappresentante di milioni e milioni di batteri, mettere in frigo i suddetti batteri per venti minuti ed altri trattamenti vari.
Siamo giunti al culmine di quest’avventura horror. Avevamo un minuscolo puntino di batteri ghiacciati sul fondo della provetta. Lo step successivo consisteva nell’arduo compito di prelevare 0,5 ml di cloruro di calcio e metterli nella provetta contenente i batteri. Poichè eravamo ancora mooolto indietro (causa caccia al tesoro del cloruro di calcio), passo la provetta con i batteri ad A. e le dico di passarla a qualcuna delle guardamosche, perchè svolga la difficilissima impresa, mentre io cerco di correre dietro alla spiegazione della dottoressaursula. Passano cinque minuti. Poi, A., tra i denti, mi sussurra: “Laura, abbiamo perso i batteri”. Un brivido mi corre lungo la schiena. A. ripete: “Laura, la guardamosche alla mia sinistra ha buttato i batteri in tutta la soluzione di cloruro di calcio”. Sento che il colore della mia faccia sta virando dal rosa al rosso barbabietola. Con una calma degna di un’asceta, mi giro e dico ad A.: “Bene. Informa la guardamosche che sarà lei a confessare il misfatto alla dottoressaursula”. Durante questi attimi concitati, la dottoressaursula, intanto, aveva anche finito la spiegazione. Ma la guardamosche assassina di batteri non si decideva mica a chiamarla e a confessare. La mia pazienza (che non è mai stata degna di un santo) se ne va chissà dove, e io esplodo, intimando con tono nazista all’assassina di costituirsi immediatamente presso Ursula. La rea, dopo avermi guardata con uno sguardo malefico, si decide, chiama Ursula e confessa.
Ora, per un’altra coincidenza che capita una volta su quaranta miliardi nella vita dell’uomo normale, Ursula sbraita contro di me. Accusandomi, ovviamente, di non aver ascoltato nessuna delle sue spiegazioni.
Non credo che l’Incredibile Hulk potrà mai provare quel che provai io in quel nanosecondo.
Come finì quel maledetto pomeriggio? Finì che l’esperimento non potemmo più continuarlo, che dovemmo aggregarci ad altri sei cristiani intorno ad un solo tavolo di lavoro, che i microscopi non funzionavano perchè qualcuno li aveva montati male (c’erano solo due microscopi funzionanti per 43 di noi), che tutti ci guardavano con aria mista tra la pietà e l’astio. La pietà per il nostro essere decerebrate. L’astio per aver assassinato milioni di batteri innocenti.