Arrendersi

Svegliarsi oppressa, addormentarsi oppressa. Passare il tempo a programmarsi le giornate e mai a seguire il programma. Sentirsi in colpa per questo. Il limite della sopportazione. E’ arrivato il limite, quel limite. Vedere un futuro nero e così pieno da non trovare un varco. Io mi arrendo. Per essere ripetitiva.

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“Persuasione”-La costanza di un uomo [Jane Austen]

Non posso più a lungo ascoltare tacendo. Devo parlarvi con i mezzi che ho a disposizione. Voi mi trafiggete l’anima, e io sono tra agonia e speranza. Non ditemi che è troppo tardi, che questo prezioso sentimento è per sempre svanito. Mi offro di nuovo a voi, con il cuore che vi appartiene ancor più di quando, otto anni e mezzo fa, voi quasi lo spezzaste. Non dite, per carità, che l’uomo dimentica più della donna, che il suo amore è più rapido a morire. Non ho amato nessuna. Posso essere stato ingiusto, forse anche debole e offeso, ma incostante mai! Solo voi mi avete indotto a venire a Bath, solo pensando a voi rifletto e faccio progetti. Non ve ne siete accorta? E’ possibile che non abbiate indovinato i miei desideri? Non avrei atteso nemmeno questi dieci giorni, se avessi conosciuto i vostri sentimenti, come ritengo voi abbiate compreso i miei. Quasi non riesco a scrivere. A ogni istante ascolto parole che mi sopraffanno. Anche se abbassate la voce, io posso distinguerne il tono, che altri non saprebbero cogliere. Creatura troppo buona, troppo straordinaria! Voi ci rendete giustizia, convinta come siete che anche gli uomini sappiano amare ed essere costanti.
Credetelo nel più fervente, nel più perseverante tra loro,

Frederik Wentworth

Ora devo andare, senza conoscere il mio destino; ma ritornerò qui o seguirò i vostri passi il più presto possibile. Una parola, uno sguardo saranno sufficienti a farmi entrare nella casa di vostro padre, questa sera o mai più.

[Da "Persuasione"-Jane Austen- Edizioni Theoria]

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I terrificanti “saloni dello studente”

Alla fine della scuola superiore ci troviamo dinnanzi a una scelta da fare: continuare gli studi, iscrivendoci all’università, oppure trovare un lavoro. Non è così semplice scegliere il proprio futuro e molto spesso la strada intrapresa ci delude o non fa per noi. Cose che capitano, credo, sin dalla notte dei tempi e non credo che qualcuno sia mai morto per la scelta sbagliata.

Oggi credo che si dia un’importanza esagerata alla “scelta del proprio futuro”, come se stabilire cosa si vuol “fare da grandi” significhi sottoscrivere un patto col diavolo, un contratto di lavoro, una promessa che assolutamente non si può rompere. Credo che, fatta eccezione per i limiti e le riflessioni sul pronome relativo, niente mi abbia mai messo così tanta ansia come i corsi di orientamento universitario cui ci obbligavano a partecipare gli ultimi due anni di liceo. Intere mattinate perse nel traffico della tangenziale, diretti al campus universitario di Monte Sant’Angelo per partecipare a uno degli eventi più inutili progettati dall’uomo: il “salone dello studente”. Nella mente perversa degli organizzatori di questo evento, noi liceali, partecipandovi, avremmo avuto chiare le idee sul nostro futuro e saremmo stati in grado di scegliere con consapevolezza la facoltà che faceva per noi. Tralasciamo che il mio liceo (scientifico) preferiva introdurci alla conoscenza dei corsi di laurea “scientifici”, snobbando deliberatamente quelli “umanistici”. Tralasciamo che la folla che gremiva il complesso di Monte Sant’Angelo poteva benissimo passare per una platea di un concerto rock. Tralasciamo che l’unico beneficio che il “salone dello studente” ti portava era quello di sottrarti a due ore di spiegazione dei teoremi fondamentali dei limiti. Quello che proprio non sono mai riuscita a concepire, quello che davvero mi metteva agitazione, seguita da un’istantanea depressione, era il momento in cui gli sponsor, pardon, i docenti universitari, pubblicizzavano il corso di laurea in cui insegnavano, sottolineando soprattutto gli sbocchi occupazionali ad esso correlati. Come se a diciotto anni un ragazzo spensierato dovesse già sostenere il peso del “come arriverò a fine mese tra dieci anni”. Come se fare l’università sia finalizzato solo a “trovare il posto dopo la laurea, sistemarmi”.

Sinceramente, queste considerazioni mi rattristano. Io non ho scelto il mio corso di laurea perché dopo potrei “lavorare in enti di ricerca pubblici o privati, nel settore della pubblica istruzione o della divulgazione scientifica”. Io ho scelto le Scienze biologiche perché dopo voglio fare la ricercatrice. Voglio passare le ore a guardare un campione al microscopio ottico e a sequenziare il DNA. Voglio svelare i meccanismi della memoria e dell’apprendimento. E, per il momento, non posso pensare che “la realtà della ricerca italiana è avvilente”. Non posso permettermi di pensarlo, perché non posso deprimermi. Né posso perdere tempo pensando al mio futuro, nel senso del “come fare a mettere il piatto a tavola un domani”. Ho cose più belle e più importanti a cui pensare. Qualcuno direbbe che vivo di sogni. E allora? Diamine, ho vent’anni e se non sogno ora, quando lo farò?

E poi: chi mi dice che, per quando dovrò inserirmi io nel mondo del lavoro, questo non sarà cambiato in meglio? Chi mi vieta di spostarmi, andare in Germania, Francia, America, Australia per fare la biologa? E soprattutto, chi ha detto che obbligatoriamente tu debba fare un lavoro correlato alla tua laurea? Ma perchè, non posso vendere fiori avendo studiato cinque anni filosofia? Non posso essere un tabaccaio con un dottorato in biochimica? Mia sorella, laureata in lingue, fa la cameriera al Mc Donald. Non è infelice, né depressa e il suo lavoro lo fa bene. Ho scritto questa nota per chi ancora non sa cosa fare dopo la scuola, per chi vuole fare Archeologia e si sente dire che gli archeologi non hanno futuro in Italia (questo è davvero triste, se si considera lo sterminato patrimonio storico e archeologico italiano), per chi vuole fare Astrofisica e alla Federico II non può, perché il corso di laurea è stato disattivato. Per chi ha fatto la scelta sbagliata e ha paura di lasciare tutto e ricominciare da capo. Inseguite i vostri sogni, non vi fate avvilire dagli “sbocchi occupazionali”. Ne abbiamo tutto il diritto.

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Waiting for 2012

E finalmente quest’orribile 2011 sta scivolando via, portandosi appresso tutto il dolore che ha portato. Non ricordo un anno peggiore: è iniziato malissimo e si sta concludendo allo stesso modo. Non che il dolore mi riguardi in prima persona, ma io odio quando le persone a cui sono molto legata soffrono. Sento la loro sofferenza su di me e, al di là del fattore empatico, mi incazzo notevolmente se qualcuno fa del male a una persona della mia vita.

Fatta questa parentesi che include molta più incazzatura di quanto non sia riuscita ad esprimere, procediamo col solito, noiosissimo post sulle aspettative e i propositi per l’anno nuovo. Non so perchè scrivo ogni anno sempre le stesse cazzate, forse ho un bisogno innato di programmare la mia vita (oltre che le mie giornate di studio) e non seguire poi i programmi fatti (oltre che quelli di studio XD).

Cosa mi aspetto dal duemiladodici?

Innanzitutto che la professoressa pubblichi quegli stramaledettissimi risultati dell’esame di zoologia, perchè sto letteralmente camminando sui carboni ardenti e faccio sogni alquanto malefici in proposito. Poi vorrei non passare la mia vita sul web docenti di unina, aspettando che i detti risultati si materializzino da soli. Poi, bè, sì, desidererei passare l’esame di chimica organica, ma prima ci sarebbe il desiderio di riuscire ad applicarmici un po’ di più. Inoltre, giusto per ritrattare quanto detto, vorrei tanto che lo studio e il fatto di non studiare abbastanza, come dico io, come progetto nella mia mente perversa e contorta, non fossero il mio chiodo fisso e la mia persecuzione. Vorrei dormire sogni più tranquilli in proposito.

Mi aspetto che il 2012 sia brillante soprattutto per i miei migliori amici, per la mia migliore amica, Vittoria, e per le mie sorelle. Per Marta, che l’anno prossimo compie diciotto anni e a me sembra ieri che è nata. Per Francesca, che è a Londra, in una grandissima città, e non so proprio come fa a non soffrire la lontananza e la mancanza della famiglia e non so proprio come ha fatto a trovare un lavoro, una casa e l’amore per quella capitale, così diversa da noi. Per i miei genitori. Per chi ha dei progetti che sono lì, pronti da scoprire e da realizzare. Per chi ha quasi concluso l’università e aspetta solo il grande giorno (beato lui!). Per chi si è lasciato con il ragazzo/la ragazza, con la speranza che capisca che l’amore (nel senso di “essere impegnato con qualcuno”) non è tutto e non sarà mai nulla. Per chi, come me, sta diventando sempre più scettico su questo tipo di amore qui. Per la mia ex migliore amica. Per il professore Liguori, che, porcaccia la miseriaccia, ci ha lasciati troppo presto. Per la prof Ciniglio, che pure se ne è andata via troppo in fretta. Per i miei colleghi dell’università, che mi hanno dato la possibilità di sfogare la mia vena sarcastica ogni giorno (Sara, Gianna, Anna, Annapaola, Francescatubby, Angela e Irina lo sanno troppo bene e mi stupisco che non mi abbiano ancora ucciso senza pietà). Per la prof Gabry, la più bella sorpresa dell’università. Per i biologi che vogliono e hanno sempre voluto fare i biologi e per i medici che fanno i biologi e che sognano ancora il camice bianco e il bisturi. Per Gregory Peck, che se la passi bene nella sua bara :D :D Per i selezionatissimi lettori del mio blog :D :D Per Genny, il mio consigliere spirituale, fonte di aforismi di inestimabile valore…

E PER TUTTI TUTTI! Ma proprio tutti!!! (Escluso Berlusconi u.u)

LAURA.

PS: Ah sì! Ovviamente, il 2012 deve essere BRILLANTE soprattutto PER ME.

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Laboratorio di microbiologia: un racconto horror.

Una delle clausole del contratto che ti impegna come studente di scienze biologiche è quella di partecipare ad un certo numero di esercitazioni di laboratorio, in una stanza piena di provette, microscopi, odiosissime pipette Pasteur e tanto altro ancora. Ovviamente non mi aspetto che qualcuno di voi creda davvero che nei laboratori delle nostre università vi sia tutto il materiale elencato, tuttavia, ogni tanto, anche a noi capitano momenti di gloria, del tipo: uau, sto usando un microscopio vero e non uno che ti regalano con il “Topolino”!
Detto questo, veniamo al reale contenuto di questo post, ossia il racconto di un’avventura tipicamente horror, capitatami circa dieci giorni fa nel laboratorio 2 di via Mezzocannone numero 16, Napoli, Italia, Europa, Terra.

Uno dei corsi che seguo in questo primo semestre del secondo anno è microbiologia, una disciplina che studia i microrganismi (ma no?!), essenzialmente batteri. Il mio sadico professore ci comunica che le esercitazioni di laboratorio si terranno il giorno venerdì, 11 novembre, dall’una e mezzo alle tre e mezzo del pomeriggio. Bene. E’ venerdì 11/11/11 (ripensandoci, probabilmente era proprio il tipo di data sfortunato), è l’una e mezzo, noi corsisti siamo sull’attenti di fronte l’ingresso del laboratorio, ma il professore non è ancora venuto. L’una e trentacinque. L’una e quaranta. L’una e quarantacinque. Finalmente il prof si degna di venire. Appello. Ingresso in laboratorio. Camice, quaderno, penna. Due dottoresse, simpatiche quanto Ursula della “Sirenetta”, annunciano a noi 43 cristiani che i tavoli da lavoro sono pochi e che ci dobbiamo sistemare in sei di noi per tavolo. Ripeto questo passaggio, altamente importante per capire quanto seguirà dopo: sei cristiani dovevano lavorare intorno ad un unico, singolo, schifosissimo tavolo. Ovviamente, per una di quelle coincidenze che capitano forse una volta su trentasette miliardi nella storia di un uomo normale, io e il mio gruppo siamo assegnati al tavolo più sprovvisto di strumenti che un laboratorio abbia mai potuto avere. Man mano che procediamo nell’applicazione del protocollo sperimentale, ci accorgiamo che mancano: la pipetta principale, le punte di tutte le pipette, il cloruro di calcio, ma soprattutto le due capsule Petri contenenti, ciascuna, una colonia diversa di batteri Escherichia coli. Questa moria di strumenti ci rallenta alquanto il lavoro e ci impedisce di seguire di volta in volta le istruzioni della dottoressaursula. Ora, è necessario precisare cosa intendo con quel “ci rallenta”. Il “ci”, come qualcuno può ingenuamente pensare, non si riferisce a tutti i sei cristiani che stazionavano intorno al tavolo, ma a sole due cristiane, cioè a me e alla mia amica A. Le altre quattro cristiane, che, per una fortuna spropositata, avevano anche trovato posto a sedere, mentre io ed A. eravamo allegramente in piedi, erano molto intente a fare uno studio approfondito dell’aria e delle mosche svolazzanti. 
Io ed A. passiamo qualcosa come tre quarti d’ora a cercare la pipetta mancante, programmarla per prelevare un volume giusto di soluzione, mettere la soluzione con la colonia batterica nella provetta, portarla alla centrifuga, farcela stare tipo dieci minuti, tornare al tavolo, espellere il sopranatante stando attente a non buttare via il puntino sul fondo, rappresentante di milioni e milioni di batteri, mettere in frigo i suddetti batteri per venti minuti ed altri trattamenti vari.
Siamo giunti al culmine di quest’avventura horror. Avevamo un minuscolo puntino di batteri ghiacciati sul fondo della provetta. Lo step successivo consisteva nell’arduo compito di prelevare 0,5 ml di cloruro di calcio e metterli nella provetta contenente i batteri. Poichè eravamo ancora mooolto indietro (causa caccia al tesoro del cloruro di calcio), passo la provetta con i batteri ad A. e le dico di passarla a qualcuna delle guardamosche, perchè svolga la difficilissima impresa, mentre io cerco di correre dietro alla spiegazione della dottoressaursula. Passano cinque minuti. Poi, A., tra i denti, mi sussurra: “Laura, abbiamo perso i batteri”. Un brivido mi corre lungo la schiena. A. ripete: “Laura, la guardamosche alla mia sinistra ha buttato i batteri in tutta la soluzione di cloruro di calcio”. Sento che il colore della mia faccia sta virando dal rosa al rosso barbabietola. Con una calma degna di un’asceta, mi giro e dico ad A.: “Bene. Informa la guardamosche che sarà lei a confessare il misfatto alla dottoressaursula”. Durante questi attimi concitati, la dottoressaursula, intanto, aveva anche finito la spiegazione. Ma la guardamosche assassina di batteri non si decideva mica a chiamarla e a confessare. La mia pazienza (che non è mai stata degna di un santo) se ne va chissà dove, e io esplodo, intimando con tono nazista all’assassina di costituirsi immediatamente presso Ursula. La rea, dopo avermi guardata con uno sguardo malefico, si decide, chiama Ursula e confessa.

Ora, per un’altra coincidenza che capita una volta su quaranta miliardi nella vita dell’uomo normale, Ursula sbraita contro di me. Accusandomi, ovviamente, di non aver ascoltato nessuna delle sue spiegazioni.

Non credo che l’Incredibile Hulk potrà mai provare quel che provai io in quel nanosecondo.

Come finì quel maledetto pomeriggio? Finì che l’esperimento non potemmo più continuarlo, che dovemmo aggregarci ad altri sei cristiani intorno ad un solo tavolo di lavoro, che i microscopi non funzionavano perchè qualcuno li aveva montati male (c’erano solo due microscopi funzionanti per 43 di noi), che tutti ci guardavano con aria mista tra la pietà e l’astio. La pietà per il nostro essere decerebrate. L’astio per aver assassinato milioni di batteri innocenti.

 

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Quando un esame sconfigge il fracito che è in te

Ieri ho fatto l’esame di Botanica. E’ difficile esprimere con le parole la sensazione di leggerezza, soddisfazione, RAGGIUNGIMENTO DEL NIRVANA, che segue ogni mio esame, ma credo che chiunque abbia affrontato l’ansia pre-esame o comunque l’ansia pre-qualsiasieventoimportante, possa capirmi. Questa splendida sensazione è stata tanto maggiore per me, se si considera che fino a una settimana fa la possibilità che io sostenessi l’esame di Botanica era quasi sfumata del tutto.

Era un venerdì come tanti, l’ennesimo passato a leggere di roba verde o roba marrone che tutti noi conosciamo, ma che nessuno potrebbe immaginare tanto complicata. Prima di iniziare il mio calvario quotidiano, decido di rimbecillirmi su Facebook e seguire qualche novità. Una volta su Facebook, leggo il desolante messaggio privato di una collega, la quale, desolata, mi informa che gli appelli di Botanica del 25 e del 27 ottobre sono misteriosamente stati cancellati. Indecisa se abbandonarmi ad atteggiamenti di disperazione pura (che comprendevano lo strapparsi i capelli e il buttarsi per terra ad abbracciare il pavimento) o ad atteggiamenti di furia incontrollata (che comprendevano la dichiarazione di guerra alla professoressa, all’università e all’umanità intera), stabilisco, infine, di chiamare la professoressa. Quando la suddetta mi risponde, io, con un filo di voce, le chiedo informazioni sugli esami del 27 ottobre e lei, con voce dolce come il miele, mi dice che l’hanno mandata in pensione 13 giorni prima del dovuto e che non potrà più sostenere esami, ergo che gli appelli del 25 e del 27 ottobre sono sfumati nel nulla.

Non credo che qualcun altro nella storia dell’umanità abbia potuto architettare così tanti e complessi piani omicidi come, invece, fece il mio cervello provato in quel momento.

Per fortuna, io, e gli altri sventurati che come me dovevano fare l’esame, ci siamo attivati perchè l’appello non venisse cancellato, e, per fortuna, contro tutte le mie funestissime aspettative, il presidente del corso di laurea ha nominato eccezionalmente un altro professore perchè potessimo sostenere l’esame nella data prefissata. C’è da dire che, se il presidente fosse stato una felice combinazione di Cerbero, Lucifero e Mr Hyde, molto probabilmente l’appello sarebbe stato rimandato a dicembre, poichè, giusto per ribadire quanto sia fortunata la mia esistenza, a novembre non sono previste sessioni d’esame per il mio corso di laurea.

Ieri sono andata all’Orto Botanico per fare l’esame. Probabilmente gli astri mi erano favorevoli, perchè:
1)L’autobus che dovevo prendere per arrivare all’orto mi ha allegramente attraversato la strada mentre io raggiungevo la fermata, lontanissima per il mio passo simil-bradipo. Nonostante ciò, l’autobus si è fermato un tempo sufficiente perchè io, con tutta calma, lo raggiungessi e salissi con un sorriso a 128 denti;
2)L’autobus in questione era così vuoto che era rimasto un posto a sedere, il che è un evento che ha la stessa frequenza del passaggio della cometa di Halley in cielo;
3)Giunta all’orto con un’ora e mezzo di anticipo, decido di farmi un giretto e di conoscere dal vivo l’origine di tutti i mie mali nell’ultimo mese e mezzo (le piante). Tuttavia, arrivata vicino al palazzetto che ospita il Dipartimento di Biologia Vegetale, un simpatico signore mi chiede: -Deve fare l’esame con la prof Castaldo?- E io rispondo di sì, anche se il prof che mi era stato assegnato si chiamava De Luca. E lui: -Sono io il professore De Luca.- E io cambio faccia. Dopo avermi assicurato che io non sarò il suo pranzo, il prof De Luca mi guida fino al suo studio, insieme a un’altra ragazza e, giunti a destinazione, ci chiede chi vuole iniziare a fare l’esame. Ovviamente il mio spirito masochista mi spinge a propormi come cavia;
4)Sempre per una fortunatissima e improbabile combinazione astrale, il prof mi fa domande deficienti e dopo dieci minuti mi congeda. Mi fa firmare una camicia senza voto, al che io vado in iperventilazione, considerando che la mia regola psicopatica è di non accettare voti inferiori al 27. Poi prende il mio libretto. E con una lentezza spasmodica scrive, per ultimo, il voto. Trenta. La mia esclamazione mentale è stata: PUERCA VACCHITAS!

Dopo aver lasciato l’Orto Botanico un’ora prima di quella fissata per l’esame, mi sento leggera. Mi sento una piuma. Mi chiedo se per caso non ho mangiato funghi allucinogeni. Mi sento così bene, che, nonostante avessi una borsa di tre quintali e un mattoncino altrimenti noto come “Biologia delle piante” (e conosciuto come il RAVEN, dal nome del suo autore), decido di fare a piedi il lunghissimo percorso che da Via Foria porta a Piazza Garibaldi, ergo alla stazione centrale. Dovete capire che per una fracita come me questa è una conquista.

Forse proprio il fatto di aver percorso a piedi il lunghissimo Corso Garibaldi può darvi una minima idea dello stato di “bolla di sapone”in cui mi trovavo. Dimostrato, quindi, anche un esame può essere fonte di importante esercizio fisico.

Laura!

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Un giorno accademico

Ho appena realizzato che giusto un anno fa, il 15 settembre 2010, la sottoscritta sostenne il suo primo (e ultimo) provino all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Adesso sto per dire una banalità, ma a me sembra davvero ieri che andai a Roma con Milly, la figlia della mia ex prof di matematica del liceo, la quale aveva accettato di buon grado di accompagnarmi come “spalla” del dialogo da interpretare. Il dialogo era tratto da “Antigone”, di Sofocle. Mi piaceva molto, era molto intenso e mi piaceva recitarlo. Mi piaceva impersonare quel ruolo.

La mia mattinata all’Accademia è stata come un sogno. Non potevo credere di essere lì, in quell’edificio così ricco di storia, elegante, imponente, quell’edificio presso cui hanno studiato i migliori attori italiani (e non sto parlando di Gabriel Garko, sia chiaro ù.ù). Non potevo credere di essere arrivata a quel punto cruciale della mia vita, in cui si concretizzavano tante speranze e tanti sogni coltivati con profonda passione. Non potevo credere di essere arrivata in via Bellini senza perdermi per Roma (e va bene, i giorni precedenti avrò consultato Google Maps come minimo otto volte al secondo XD).
Fu un’esperienza irripetibile, memorabile. Ero circondata da ragazzi e ragazze più grandi di me, ma che condividevano lo stesso mio entusiasmo, la mia stessa emozione. Quando fecero l’appello e io ero lì, tra quei nomi sconosciuti, e dovevo rispondere: “presente” mi veniva da piangere per la gioia! E quando mi chiamarono, perchè finalmente dovevo esibirmi, dovevo riempire quei quattro, preziosissimi minuti di dialogo, pensavo di avere il morbo di Parkinson esteso ad ogni centimetro del mio corpo!

Però, quando entrai in quell’aula, lunga, rettangolare, con le sbarre alle pareti insonorizzate, mi sentii come svuotata e fuori dal tempo. E non ero più io, ma Antigone, figlia di Edipo e Giocasta, pronta a rivendicare il diritto alla sepoltura di suo fratello Polinice, il cui cadavere, per volere dell’inflessibile zio Creonte, è lasciato in pasto agli avvoltoi e alle belve. Ero Antigone, che rivela alla sorella Ismene il suo intento di voler seppellire il cadavere di Polinice, con o senza il suo aiuto. Ero Antigone, pronta ad andare incontro alla morte certa per voler trasgredire la Legge imposta dallo Stato.

Furono quattro minuti magici, intensi e davvero, davvero, non mi sono mai sentita così bene nell’interpretare un ruolo così importante e così difficile.

Forse era troppo difficile per me, che non ho esperienza del teatro, né della professione dell’attore. Però ci credevo tanto e ci tenevo tanto.
Purtroppo non ho superato le selezioni. All’inizio ho cercato di non pensarci, soprattutto perchè me l’aspettavo.
Poi, quando ho iniziato l’università, quando ho dovuto cambiare la mia routine e intraprendere un percorso di studi così diverso da quella che era la mia passione, mi sono sentita molto triste. Pian piano ho capito che non avrei più potuto recitare e questo mi faceva male. E poi…so che è stupido, però mi sentivo un po’ un fallimento. E non ero più sicura della mia scelta, di Biologia, intendo. In realtà non ne sono sicura nemmeno ora, non so che farne del mio futuro. Fino a un anno fa avevo una certezza: volevo fare l’attrice. Poi non l’ho più avuta, perchè non ho passato uno stramaledetto provino per l’Accademia. Ora mi piacerebbe fare la biologa, essere una ricercatrice e lavorare sul cervello e le sue potenti, straordinarie funzioni. Però non sono pienamente soddisfatta…c’è qualcosa che mi manca…qualcosa che mi ha accompagnato da quando avevo nove anni e calcai la scena nella veste di Filomena Cupiello, nella stranota commedia di Eduardo De Filippo (che, peraltro, a me non piace nemmeno), “Natale in casa Cupiello”.
Chissà se potrò mai recuperare il mio rapporto col teatro. Chissà se come attrice sono brava o faccio schifo (momento di nonmodestiaproprioperniente: chiunque mi dice che sono molto brava, ma, davvero, vorrei capire se è vero o se lo dicono solo per non farmi dispiacere). Chissà se tutto cambierà nel mio futuro. Chissà.

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